Bene comune e banalità del male



Un’ontologia del bene comune è il nuovo axis mundi, sotteso all’ormai incontestabile piano liscio del politicamente corretto, su cui tutto scorre all’insegna dell’ipocrisia di stato. Concetto molto complesso, quello del bene comune, che meriterebbe trattazioni ampie, nella sua connotazione assiologica, fatta di “etica sostantiva”. Ci basti qui dire che siamo tornati alla tesi, assurda e illogica, che una società autoritaria possa contestualmente produrre libertà.

Era per il presunto “bene comune” se Hitler aveva promulgato le leggi antisemite, ma anche omofobiche e contro il dissenso politico (bene ricordarlo, nel Giorno della Memoria), complice lo scadimento morale dell’intellighénzia tedesca, tutta tesa a coagularsi (complesso industriale in primis, come sempre) attorno alle gerarchie naziste. Così come, sempre per il bene comune, Mussolini si sbarazzò di Matteotti e di altri scomodi avversari politici (ricordiamo i fratelli Rosselli). Fu per il bene comune se Stalin ordinò la soppressione fisica di milioni di kulaki (che divennero nemici dello stato), affamati, violentati, infine uccisi barbaramente. Ogni concezione politica del bene comune si ammanta di giustificazioni, di cause finalistiche poste come traguardo ineluttabile. L’area semantica è quella della tunnel vision, restringimento del campo visivo al minimo margine percettivo, un tratto molto simile alla paranoia. Una turpitudine viene perpetrata solo attraverso una riconversione etica, resa dunque accettabile, ma anche “etologica”, se l’essere umano è equiparabile a una bestia, e se le metodiche di conduzione politica non differiscono poi di molto (ci pare) nello stato democratico, da quelle applicate a un qualunque pollaio o allevamento intensivo. Per gli animali, ogni giorno, è un’eterna Treblinka.
È per il bene comune se si stanno costruendo campi di rieducazione, per asintomatici e dissidenti – un dispositivo inquietante, a cui il rinomato efficientismo teutonico sta dando vigore, con tanto di sbarre alle finestre e recinto, si spera non elettrificato. Mai, nella civilissima Germania, si sarebbe potuto ipotizzare il risorgere di una simbolica così eminentemente inquietante.
È per il bene comune se si vuole imporre una vaccinazione di massa. E ricordiamo che non è vero che non c’è una sperimentazione efficace allo stato attuale – lo si sta sperimentando, proprio adesso, e su vasta scala! Si badi bene, stiamo parlando di un virus con lo 0,03% di mortalità (dati OMS).
È per il bene comune che sin dall’inizio delle politiche pandemiche si disse che “nulla sarà più come prima”… era appena passato un mese dai primi casi in Italia. Un allarmismo ben sospetto, per teorizzare un riordinamento strutturale della società, cosa non accaduta neanche durante la peste bubbonica, la Spagnola, e tutte le altre pandemie che hanno flagellato l’umanità, che nonostante tutto è rimasta tale – umana. Fino ad ora.
È per il bene comune se la “nuda vita” (cit. Giorgio Agamben) viene ora sganciata dall’elemento animico, per favorire la mutazione antropologica verso più che il transumano, verso la realizzazione di un teleconsumatore passivo e eterodiretto. Una macchina disumana, priva di calore organico, di slancio trascendentale, perfetta unità di produzione e consumo, solo funzionale a una logica di mercato neoliberista. Non mi stupirei se fra un po’ si teorizzasse una campagna contro i fluidi organici, in genere – la stanza degli abbracci, formalmente inscenata da Tornatore, è un abominio non dissimile dalla Vergine di Norimberga, a mio avviso – certo, su un piano metafisico, ma non meno cruento nelle intenzioni.
È certamente per il bene comune se l’uso della mascherina (un uso “simbolico” più che securitario, ci ha spiegato Ranieri Guerra dell’OMS) sta producendo una generazione di bambini aggressivi e frustrati, incarnazioni di “Chucky la bambola assassina”, e chiunque abbia a che fare con bambini, percepisce questo cambiamento di stato, nella prossemica, nella gestualità, nell’incapacità relazionale. È per il bene comune se si evita di parlare dell’incremento dei suicidi (presso i giovani) del 30%. È per il bene comune se i grandi colossi della comunicazione stanno epurando ogni conato dissenziente con purghe censorie degne di un regime cileno.
È per il bene comune se alcuni costituzionalisti fiorettano in punta di diritto sulla possibilità di aggirare articoli costituzionali, ad uso e consumo di politiche liberticide – la costituzione ridotta a uno scritto ancillare della politica.
È per il bene comune se si stanno costruendo campi di rieducazione, per asintomatici e dissidenti – un dispositivo inquietante, a cui il rinomato efficientismo teutonico sta dando plastico vigore.
È sicuramente per il bene comune se ai medici di famiglia è stato proibito di curare le persone a casa, dove vengono lasciate a marcire con la tachipirina per giorni, laddove è dimostrato che le cure esistono e che se la malattia viene combattuta sin dall’inizio, le probabilità di una evoluzione benigna sono altissime… Ma il focus non è la cura, bensì il vaccino. Per il bene comune, è infine, se al comparto della piccola e media impresa è stato ordinato di chiudere, chiudere e basta!, nell’attesa che Mario Monti (ribattezzato l’euroinomane) si determinasse finalmente nell’auspicare la chiusura definitiva, non più pietosamente differita, di tutto ciò che non è Grande Impresa.

Ebbene, per dirla con Thoreau, “se sapessi con sicurezza che c’è un uomo che sta venendo a casa mia con il piano consapevole di farmi del bene, scapperei a rotta di collo”.
Tutto ciò che è umano, vivo e pulsante, deve indignarsi in noi contro tutta questa fuffa mediatica, e quando la Storia ci darà ragione (poiché il popolo, ancorché anestetizzato, prima o poi sentirà nello stomaco, più che attivare nessi causali, com’è sempre avvenuto), questo passaggio verrà ricordato per quello che è. Un franco, rivoltante riflusso dispotico.

Gioele Valenti,
Palermo, 28/01/2021.
 

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