TV Casualty

“Semplicemente incontrarsi faccia-a-faccia è già un’azione contro le forze che ci opprimono con l’isolamento, la solitudine, la trance dei media.”

   (cit. Hakim Bey, TAZ).

 
Ogni cosa che sfugga alla radianza occhiuta della televisione, è ormai per definizione invisibile, o virtualmente segreta. Ciò che viene mediato, o meglio mediatizzato, diviene immediatamente irreale, ancorché percepito come ipeerreale da un popolo di televisualizzati senza più alcuna speranza (si rimanda per queste tesi a Bataille, Benjamin, Debord, Foucault, Braudillard). Dunque lo snocciolamento quotidiano di numeri riguardo la campagna vaccinale, principalmente veicolato da media governativi (mai un dubbio, una divergenza, un’incrinatura nella narrativa, un contraddittorio che sappia di autentico) che non c’hanno neanche pietosamente risparmiato la pomposità devozionale tipica del burocrate servile, la mielosa retorica dell’eroismo – come dimenticare il corteo vaccinale, il vuoto e patetico ritualismo di mani sicure che si passano il testimone di una pozione a – 80° – ha assunto ormai l’aura della teurgia teosofica, un adempimento volto alla sconfitta di un male – appunto, mediaticamente veicolato come – assoluto. Ma appunto nella vuota gestualità tesa a occultare che si tratti di un’enorme sperimentazione di massa – e come diversamente connotare la somministrazione massiva di un farmaco non adeguatamente sperimentato? – è da rilevare non soltanto la nota grottesca, direi comica, sottesa all’operazione, ma anche è doveroso scorporarne il tragico portato antidemocratico, se Giuseppe Ippolito (Spallanzani), per esempio, afferma che: “Se vaccino non ha effetto, dopo due dosi si somministra un altro tipo” (da Imolaoggi.it), o ancora Rezza, “un inizio, non un libera tutti”. Ecco, è precisamente in questo modo di dire, “libera-tutti”, che ha eco nella descrizione AIFA, nel punto 31, riportante “essere vaccinati non conferisce un certificato di libertà”, che va rilevato il pericoloso marchingegno dispotico, l’eterogenesi dei fini. Viene da pensare alla parola cavia.
E del resto la dottoressa (sempre Spallanzani) che per prima si è fatta inoculare il farmaco ha dichiarato che “non mi sento una cavia, ma una privilegiata” (per la dichiarazione clicca qui).

Nella ripetizione assiomatica di ciò che “non è”, nel capovolgimento speculare di paralogismi tesi a rimarcare cosa non è… “non è una cavia”, “non è un libera-tutti”, “non è un certificato di libertà”, “non è un paese illiberale, dunque non possiamo mandare la polizia nelle case”… Attraverso questo mantra per opposti concettuali, il connotare per negazioni, si veicola scientemente questa grottesca pulsione eversiva, e secondo le prescrizioni chomskiane per una succulenta rana bollita, o meglio, è per questo tramite che si insinua nella coscienza collettiva, che ciò che non è attuabile nell’attualità di un regime democratico, è tuttavia pur sempre ipotizzabile, e forse financo auspicabile! Demistificata questa operazione semantica, nel gioco di chiaroscuri e di inversioni, di capziosità stirate all’estremo, come d’incanto la visione diventa più chiara, il contesto più facilmente delineabile.

In una Palermo notturna, deserta come mai, come se pure i gatti fossero stati raggelati dall’ultimo DPCM, nel mio bighellonaggio psicogeografico e senza meta eterodiretta, ritorno all’idea di segretezza, di una realtà extratelevisiva, di tutto ciò che risulta dalla scarto tra la mappa (delineata dai media) e il territorio (il tessuto sociale immediato) e alle potenzialità ormai liberate da una narrazione grottesca di un potere che se imploderà, lo farà sotto il peso della sua stessa entropia. Se una convivialità, un banchetto, un abbraccio, l’immediatezza di un atto fisico di coesione sociale (e si noti che tra divieto di assembramento e divieto di assemblea, la linea è molto sottile), se atti di calore umano essenziali e innocui, acquistano ora implicazioni “insurrezionali”, allora sarà al primitivo, in questo caso al “represso”, che dovremo consegnare il nostro amore, se la gente viene tenuta separata per una legge iniqua e concepita molto al di fuori di qualsiasivoglia ragionevolezza prudenziale. La pandemia non c’entra nulla.

Gioele Valenti,
Palermo, 04/01/2021.
 

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