Tempo senza memoria

“Il nostro è un tempo senza memoria, Pasolini lo aveva capito.”

   (cit. Massimo Recalcati).

 
È indubbio che ci si trovi nel pieno complesso di un’inversione semantica, storicamente parlando. Quello che fu il baluardo, la lotta per e in nome del popolo, del partito che fu di Gramsci, sembra oggi esser tragicomicamente migrato verso destra. In tutta Europa, la destra di conservazione, dalla AfD tedesca in giù, sembra aver preso il testimone della lotta per i diritti civili, contro le norme liberticide e in nome della dignità della persona umana. Ambiti di solito appannaggio di ben altro orientamento, che non quello di una destra (a volte dipinta, ma a volte effettivamente, estrema). Certo il mainstream si arroga la voce grossa, e appunto si dirige con voce unica alla distruzione sistematica del “fuori dal coro”, del dissenso politico, subito tacciato con ormai retorica e infantile narrativa come negazionismo. Questa reductio ad hitlerum, la cui tattica è sempre la stessa, all’interno di una strategia globalista che alla lunga paleserà a tutti (o quasi) la sua debolezza, si dispone semanticamente come l’inversione di una premessa fondamentale: il dissenso politico è un diritto.

Il porre all’indice in modo sistematico chi ancora pretende di disporre illimitatamente della propria individualità, libertà fisica e morale, ritenuta ormai un dispositivo di minaccia per questa nuova forma grottesca di “comunismo” capitalista degno di un romanzo distopico, a metà tra Pravda cyborg e occhio panottico, non è più opinabile.
Se non vuoi fare un vaccino in fase sperimentale, e che sta già (pare) causando non pochi effetti dannosi sulla salute, allora non vieni definito come responsabile e attento, bensì come irresponsabile, inurbano, in ultima analisi criminale. Non sarai tu ad esser marchiato, come in tempi oscuri (ma mai veramente lontani), bensì sarà il cittadino modello ad esserlo (vedi il vagheggiato dispositivo del contrassegno “floreale”), e giù con un’altra inversione di polarità. In sostanza, non sei tu, Stato, a dover osservare l’onere della prova, un principio precauzionale ispirato all’articolo 32, ma sono io cittadino a farmi carico della sperimentazione, e sulla mia pellaccia. Com’è, come paradosso? Poi ancora un altro ossimoro: il vaccino non sarà il “privilegio” di pochi, bensì il “diritto” di tutti.

Non è, ancora, paradossale che Conte, nei suoi autocratici monologhi, inserisca parole come “regime”, o frasi come “siamo in un sistema liberal-democratico”, ancorchè in una formula apparentemente scongiurante oscure derive dispotiche? Ma quante ancora ne dovremo sentire?
Attraverso questi arguti giochetti linguistici, i grandi maghi della comunicazione operano cambiamenti duraturi sul corpo sociale, e sulla piscologia ad esso sottesa. Dalle lettere di Monsignor Viganò alle argomentazioni di Radio Maria, certo declinate attraverso un linguaggio canonicamente chiesastico, una lente che dispone dialetticamente luce e ombra, bene e male, è tutto un fiorire di dissenso, di una indisponibilità a farsi supini (in rotta di collisione, invece, con la tendenza bergogliana al globalismo tout court) di fronte ad un potere disumanizzante, che fa della desacralizzazione materialistica uno dei suoi cardini. In sostanza, sembra vi siano due chiese. La prima connessa ai sistemi di produzione di massa, sullo sfondo un’ineffabile elite finanziaria, e la seconda cateconticamente incarnante un presidio di trascendenza, non subordinabile.
Un altro paradosso dei tempi che stiamo vivendo, questo, se consideriamo il “non serviam” luciferino nei confronti del Regno dei Cieli. Dunque, pare sia finita al contrario.

La contrapposizione di vero e verosimile, al limite coi concetti di negazionismo e collaborazionismo, di vulgata popolare e autocratica visione governativa, di una visione scientista e immanente contro un più umano (non antropocentrico) richiamo a una trascendenza salvifica, beh, in tutto questo e molto altro si annida il paradosso indefettibile che stiamo vivendo, uno spazio in cui il teatro della vera mistificazione sta perfezionando i suoi strumenti. Né con lo stato né con con il virus, parafrasando lo slogan che fu di Lotta Continua, erroneamente attribuito a Leonardo Sciascia, oggi gettato fuori dai denti contro la ferma determinazione, pedestre e immorale, di una comunicazione drogata oltre ogni limite.

Gioele Valenti,
Palermo, 20/12/2020.
 

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