Essi vivono, noi dormiamo

“Essi vivono, noi dormiamo”.

   (Tratto dal film Essi Vivono, di John Carpenter).

 
Basta prendere la pillola blu (Matrix) ed evitare di inforcare gli occhiali (Essi Vivono), e tutto va a posto. Ma se prendi la pillola rossa, e indossi gli occhiali, la realtà deflagra in tutte le sue contraddizioni. Ad aggiungersi al quotidiano bollettino di guerra cui ci hanno abituato i quotidiani, centinaia di dati su contagi, morti e segni meno e più su letti in terapia intensiva, disaggregati, confusi, congerie di numeri difficilmente verificabili e buoni solo per mandare all’ammasso il cervello di cittadini già esasperati e in preda ad un delirio mediatico, ora arriva puntuale anche la cronaca del blitz anti-festa.
L’ampio dispiegamento di forze cui si è fatta menzione nei giorni scorsi, sembra aver dato i primi “frutti” sull’Isola. Ad Alcamo, festa di compleanno, irrompono i carabinieri a porre fine all’accolita di “13 giovani incuranti delle norme anti Covid” (Livesicilia.it), mentre il fattorino si presentava alla porta con una torta in mano, con tanto di scritta “buon compleanno” – l’unico non multato, pare. Tutti gli altri multati per 5200 euro, riporta il quotidiano. Stessa sorte per 42 “festaioli” accorsi a un compleanno, Siculiana (Agrigento).

Già, perché la priorità del governo in piena crisi emergenziale sembra essere il controllo orwelliano dei cittadini che tentano di allentare la tensione. Se si pensa che centri commerciali, bar e ristoranti sono attualmente in piena attività (com’è sacrosanto che sia), pur se con le cautele prescritte, allora vien fatto di pensare che il nocciolo della questione, sia proprio l’allentamento della tensione… La guardia deve rimanere alta, è vietato rilassarsi. Per dirla con Foucault, nel quadro del regime neoliberale, «gli individui sono messi continuamente in stato di pericolo, o meglio sono posti nella condizione di esperire la loro situazione, la loro vita, il loro presente, il loro avvenire, ecc., come fattori di pericolo».

Sì, perché allentare la tensione, sciogliere i nodi della paura, anche fosse solo nel perimetro sacro dello spazio festivo di una casa privata (un tempo considerata inviolabile), determina una breccia nel continuum dell’emergenza perenne come metodo governamentale, e dunque una pericolosa disfunzionalità sistemica. Quest’incrinatura nella liturgia isolazionista trova gli addentellati adatti nella colpevolizzazione del cittadino (e nella conseguente introiezione del senso di colpa), così categorizzato come irresponsabile, ricettacolo del biasimo del cittadino politicamente corretto (l’altra categoria, finemente cesellata dagli organi di divulgazione). Disfacendo così il valore stereotipico della nuclearità familiare, un topos della cultura cattolica, riemerge il conato prettamente laicizzante di un potere che pare aver in odio il calore umano (come fosse un lusso da annoverare a quelle cose abbondantemente codificate come “non essenziali”, per l’apparato produttivo, ma invece indispensabili per il buon funzionamento di un organismo a trazione psichica, qual’è l’uomo).

Come diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa, “le parole sono importanti”. Ben strano lessico mediatico, in questi tristi giorni. Un tempo si definiva “assembramento”, gruppo di persone con intenti ostili e comportamenti sospetti, spesso riferito a dissidenti politici in odore di rivolta (coincidenza).
Davvero paradossale definire 13 giovani a un compleanno, come un assembramento. L’ultima cena, di fatto, sarebbe un assembramento, oggi. Oggi è così, si dà la “caccia” ai baccanti.

Del resto il valore “anarcoide” della festa, come momento di detonazione dell’ordine costituito, anche se destinato a riassorbirsi in un lasso di tempo breve e definito, è sempre stato l’incubo di una società che ha nell’ordine produttivo, e nella riduzione del singolo a mera unità di produzione, l’obiettivo primario. Questa specie di nuovo socialismo reale, di stampo un po’ delatorio (pare siano cittadini anonimi a fare le “soffiate”, per restare in tema di mistificazioni linguistiche) appare ancora più stridente a vedersi, in Sicilia, dove da secoli si convive con la malavita endemica, integrata come momento indefettibile di un vivere civile, placidamente omertoso.
Ma la salute, prima di tutto.

Gioele Valenti,
Palermo, 07/12/2020.
 

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