Il Potere ci ama

”…Quando un uomo non può scegliere, cessa di esistere…”

   (dal film Arancia Meccanica, di Stanley Kubrick).

 
Un’oscura sintomatologia, direi di area “non benevola” nei confronti del cittadino, innerva la trama dell’affaire Covid, fin dai suoi esordi in Italia. Nessuno, spero, dimenticherà mai l’increscioso TSO “somministrato” a Dario Musso (Sicilia), reo di aver gridato al megafono il suo dissenso politico sull’uso delle mascherine, in modo sicuramente colorito, ma non di certo pericolosamente eversivo, e senza che avesse opposto la minima resistenza all’arrivo di personale sanitario e agenti di polizia. Chi non sapesse esattamente cosa sia il TSO, quali chimiche provoca a un organismo, sarebbe opportuno si documentasse. Paradosso vuole che dopo mesi, Ranieri Guerra (OMS e CTS) dichiarerà che l’uso della mascherina ha un valore eminentemente “simbolico”, non tanto di prevenzione. Mutatis mutandis, dichiarerà in sostanza la medisima cosa “gridata” dal cittadino Dario Musso, ma con modi correttamente istituzionali, più digeribili al teleconsumatore medio, ormai raggelato nella dissonanza cognitiva e avviluppato da un ben strano senso di colpa.

Il paradosso è dunque indefettibile, tanto più che al verbo del CTS il governo ha da sempre addossato la scaturigine di quasi tutte le norme liberticide in atto.
Di qualche giorno fa è la dichiarazione del viceministro alla Salute Sileri:
«Se in molti non vorranno vaccinarsi, introdurremo qualche forma di obbligatorietà», affermazioni che in tempi di “pace”, avrebbero fatto saltare in aria fior fiori di costituzionalisti, per spocchia autoritaria, laddove non addirittura perversamente ricattatoria, se consideriamo che la nostra costituzione in forza dell’articolo 32 vieta espressamente che possa essere somministrato coercitivamente qualsivoglia presidio medico, se non per disposizione di legge. Tanto più che si parla di un vaccino non ancora adeguatamente sperimentato e con possibilità di reazioni avverse non ancora chiarite. Dello stesso tenore, l’ultimo discorso di Conte:
«Sono per un approccio liberale, quindi se siamo nelle condizioni di gestire la curva del contagio non sarà necessario imporre un trattamento sanitario obbligatorio».
Quel “sono per un approccio liberale”, di per sé carico di ipertrofia egoica, quasi a voler suggerire che se egli non fosse un liberale, allora potremmo forse trovarci nei guai (più di quanto non lo si sia già?), seguito da quel “se siamo nelle condizioni”, che chiaramente assevera come la componente democratica sarebbe dunque subordinata a delle condizioni congiunturali, e non fondamento costituzionale inaggirabile, ebbene queste dichiarazioni risultano inquietanti.
La chiusura del ragionamento poi, “non sarà necessario imporre un trattamento sanitario”, pare da manuale, nella sua inopportunità (c’è da dirlo, che in democrazia non sarà “necessario” fare un TSO di stato a chi non vorrà fare il vaccino?). 

Un lessico istituzionale sempre più “sbracato” , dunque, e in chiave   schiettamente autoritaria, tanto che giunge il sospetto che si voglia spostare il limite ogni giorno di più, la società spinta verso una lenta accettabilità dell’inaccettabile. Un percorso lento come la bollitura della rana chomskiana, che passa per la sanzione pecuniaria e giunge quasi alla logica della Cura Ludovico (Arancia Meccanica), in cui la patologizzazione del dissenso, e la conseguente “rieducazione” del dissidente, diventano due momenti sincronici da esibire nella nuova dimensione spettacolare della pandemia.

Da istituzioni democratiche sarebbe lecito, in tempi emergenziali, attendersi un’implementazione del sistema sanitario, non la distruzione sistematica del tessuto economico, del sistema immunitario collettivo, con la grammatica della coercizione e della sanzione come soli metodi di governo.
Tutto ciò risulta tremendamente inquietante.

Gioele Valenti,
Palermo, 05/12/2020.
 

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