Il Rock e’ morto.
Ma solo dove non e’ mai nato



L’estate di tre anni fa mi regalo’ la soddisfazione (tante volte cercata ma mai trovata) di poter assistere alla live performance degli Scorpions, la storica rock band tedesca degli anni ’70-’80-’90 (nata nel 1965 e tuttora in attivita’ con l’album in uscita nel 2021, di cui ‘Sign of Hope’ e’ gia’ l’inedito) che accompagno’ musicalmente i momenti della guerra fredda e della caduta del muro di Berlino.
L’Arena di Verona non ospito’ certo le 300.000 persone a cui la formazione di Klaus Meine era abituata in California, a San Pietroburgo, a Rio de Janeiro o a Tokyo o chissa’ dove, ma l’evento fu particolarmente sentito.
Se non altro perche’ in quel 23 luglio 2018 il sole che era presente da settimane lascio’ spazio anche a ben tre ripetizioni di acquazzone ”tropicale” nel giro di 4 ore, che colsero di sorpresa i fan.
La reazione fu di cercare riparo nelle arcate e tra le mura dell’arena, coprendosi con quel che si trovava in giro e asciugando i posti a sedere nel miglior modo possibile.
Non fu una pioggia fastidiosa. Era calda.
E la gente rideva.

Calda era stata soprattutto l’accoglienza in Italia per i musicisti sempreverdi, che in quell’occasione cominciarono il concerto in ritardo (motivi strettamente tecnici legati alle coperture dell’amplificazione dall’acqua e alla tenuta dei tendoni dal vento) proponendo i loro ultimi lavori e poi immergendosi, bagnando tutto e tutti, in un oceano di successi immortali di cui, a dire il vero, pochi presenti ricordavano i testi.
Cio’ nonostante si respirava ”aria di Woodstock”, il pubblico era legato, si riconosceva.
Chi era li’ non era un casuale passante ed i biglietti (benche’ non economici) erano gia’ andati in sold out da mesi.
Anche questa volta c’erano sul prato alcune tende da campeggio di chi era giunto (chissa’ perche’…) in abbondante anticipo.
La pioggia poi contribui’ ad avvicinare il popolo del Rock, che nelle file ai botteghini esterni sembrava invece ”distanziato”.

Da pochi giorni si e’ concluso in Italia un altro Festival, ben piu’ diverso da quello del ’69: Il ‘Festival della Canzone Italiana’.
Un genere musicale a se’, nato nella meta’ del XIX secolo con la pubblicazione di ‘Santa Lucia’ di Teodoro Cottrau ed Enrico Cossovich, in antitesi alla Vaudeville francese e al Lied tedesco (fonte: Wikipedia) ed evolutosi (od involutosi, dipende…), sino ai giorni nostri, attraversando il Risorgimento, due guerre mondiali e, per finire, una dittatura, abbracciando le contaminazioni di tanti stili (Popolare, Jazz, Swing, Tango, Foxtrot, Twist, Lirico, Pop, Elettronico ecc.) e le idee differenti dei periodi storici (dal Classicismo alla modernità, lottando tra continuità e rivoluzionario politico).
Festival invece che nacque in Liguria ben dopo il genere musicale e prima della Televisione, esattamente nel 1951, osteggiato agli albori perche’ «non esce di un millimetro dal solco Dio-Patria-Famiglia» ma osannato con il passar del tempo, tanto da far da padre al Festival della Canzone napoletana, al Festival italiano del Rock and Roll, al Carosello e cosi’ via.
L’edizione 2021 della kermesse canora, oramai ”specchio dei tempi” (cit. Gioele Valenti), ha visto trionfare una band, i Maneskin.

Lungi dal sottoscritto apprezzare o disprezzare (a posteriori, poiche’ non ho seguito la gara) il prodotto proposto o definirne il genere (troppo problematico per via dell’estrema contaminazione di stili musicali nell’era contemporanea).
E non darei nemmeno la mia opinione su quale sarebbe stato l’effetto di una performance corredata da mascherina chirurgica, un gesto di libero anticonformismo verso chi ha dato il ”permesso” di non indossarla, mentre fuori dal Teatro Ariston era esattamente il contrario.
Tuttavia mi e’ sovvenuto spontaneamente un po’ di s-concerto quando ho accertato che uno tra i piu’ grandi rappresentanti del Rock ”all’italiana” non ha perso tempo a complimentarsi entusiasticamente con i vincitori (tra l’altro accusati di un eventuale plagio, descritto qui), definendoli ”Rivoluzionari sostenuti dal Popolo del Rock”.
Il rocker, tra la cui miriade di canzoni esiste matematicamente almeno un brano che ha (per sbaglio o no) incrociato anche solo per una volta la vita di ogni musicofilo in Italia (compreso me in più’ occasioni) ha gradito.

In passato anch’egli fu concorrente prima ed ospite poi della stessa kermesse, senza pero’ manifestare pubblicamente un particolare interesse, dimostrando, anzi, di poter sviluppare una carriera grandiosa e piena di soddisfazioni al di fuori di certi ambienti. Ma che, tutto sommato, dal contesto non si e’ mai volutamente e completamente staccato, firmando la stesura musicale di molti brani che sono stati poi interpretati da altrettanti cantanti in gara.
Un uomo forte della sua creativa sensibilita’, che ha saputo brillantemente partorire e poi evolvere il proprio personaggio mediatico, artistico e commerciale, facendosi riconoscere dalle generazioni a lui future come ‘Zio’ o ‘Comandante’.
Un artista, non un prodotto commerciale.
Un cantautore, non un cantante.
Un guru per chi ha affrontato le situazioni della vita con sofferenza, forza d’animo, fragilita’ e grinta insieme.
E che, come tutte le icone spirituali, ha i propri vecchi e nuovi adepti (il suo ‘Popolo’) che non l’hanno mai abbandonato, nemmeno quando il groove si e’ fisiologicamente ammorbidito, passando da grido graffiante a ballata d’amore.

Perche’ dunque si’ tanta arte plaude il primo riff di chitarra e gli regala l’etichetta ‘Rock Rivoluzionario’?
Sara’ che veramente non c’e’ stata falsificazione del genere musicale, ma solo una sottovalutazione di artisti veri che possono riproporre le stesse idee innovative con cui Judas Priest, Ozzy Osbourne, U2, The Clash, Iron Maiden, Queen, Whitesnake, Yes, Scorpions, Led Zeppelin, Deep Purple, Van Halen, Jimi Hendrix e altri hanno marchiato la storia?
Sara’ che si e’ evoluta la percezione di cosa e’ Rock e di cosa non lo e’?
Sara’ perche’ in mancanza d’altro ”non ci resta che piangere”?
O sarà’ stata una svista (o semplicemente un affievolimento con paterna benevolenza) del commentatore?

Caro Zio Vasco, ti stimo e non dimentico cosa hai regalato alla Canzone Italiana negli anni.
Come me, molti affezionati ti dovranno sempre un grazie per qualche famoso verso che ha fatto sorridere dei guai.
E percio’ non oso criticare le tue emozioni.

Ma oso dissentire, in quanto parte del ”Popolo del Rock”.
Perche’ ho potuto godere della pioggia di Verona nel 2018.
Perche’ so che dall’altro lato dell’emisfero terrestre e’ in programma un tour di chi ha tracciato ‘L’autostrada per l’Inferno’.
Ma, soprattutto, perche’ (anche per merito tuo) so che il Rock e’ un’altra cosa.
In direzione ostinata e contraria,

Antonio Quarta,
Lecce, 08/03/2021.

Condividi

Lascia un commento