Io Pandemico:
Un anno di pandemia dalla prospettiva di venti di vita



La situazione merita che se ne faccia un compendio, partendo dall’incipit di questa tragedia: le prime settimane di gennaio 2020.
Prima dei Dpcm (decreti ministeriali), della quarantena totale e poi contingentata, del governo Conte bis, dell’esplosione mass mediatica, delle proteste, dei vaccini e della loro mancata o controversa distribuzione, delle zone colorate, delle mascherine e del nuovo allarme ambientale causato dal loro nocivo smaltimento; prima di tutto questo insomma, la piccola cittadina cinese di Wuhan partorisce, a quanto pare, l’infezione endemica.

La questione è controversa ancora al giorno d’oggi, con l’infelice esito discriminatorio che va a nocumento degli stessi cinesi esportati in Italia, proscritti. È un fenomeno tragicomico, quello dei ristoranti e delle attività a loro riconducibili vuote, deserte e disertate.

Si genera una corrente opposta e inversamente proporzionale: maggiore l’emergenza sanitaria, minore l’impegno umanitario.
In controcorrente il più delle volte si pongono i giovani, ma non attraverso forme di sedizione volte a cambiare il volto della ristrettezza esistenziale in cui ci si ritrova costretti a vivere, delle misure di contenimento sociale che ci si ritrova impossibilitati a ignorare o delle vacuità di tipo lavorativo o ludico che la situazione genera e che il capo di governo tristemente rettifica, bensì mediante un’ottusa perseveranza in attitudini che hanno perso la loro ragion d’essere, possibilità che si sono disciolte almeno per il momento e urgenze ormai irrilevanti.


La fascia giovanile della popolazione, forte nel bastione del suo vigore, della prospettiva di una lunga vita e con la prospettiva di un tempo che se ne va, senza poter tornare, si dimostra incapace di rinunciare agli svaghi, ai divertimenti e alle compagnie di cui finora ha goduto.
Il virus si trasmette perlopiù attraverso le goccioline che l’individuo secerne quando tossisce, starnutisce, suda o semplicemente espira convivendo all’aria aperta con gli altri. Tali goccioline sono troppo pesanti per disgregarsi nell’aere e così si depositano sulle superfici per un tempo più o meno lungo. Si può contrarre l’infezione nelle immediate vicinanze di un altro individuo, o entrando in contatto con le suddette superfici contaminate.
Mascherine, guanti e igienizzanti diventano il companatico dei genitori, e la ritrosia dei figli a prendersene l’onere su di sé.
I giovani non si ammalano gravemente, né la maggioranza di coloro che formano il tessuto sociale, ma diventano mezzi di trasmissione dell’infezione e ciò che è più allarmante: apparentemente innocui perché il più delle volte asintomatici.
Non si dovrebbe dire ad alta voce, o scrivere, ma c’è chi contesta la gravità dei provvedimenti e la mano pesante dell’amministrazione nella gestione dell’emergenza nazionale, in riferimento al fatto che la parte dell’umanità davvero colpita era la stessa ad essere già di per sé debole, minorata o vulnerabile.

Farei notare che forse la penalizzazione sistematica di sezioni qualitativamente individuabili della popolazione fanno emergere di per sé una patologia sociale difficilmente riconducibile all’età o a condizioni mediche pregresse. Numerosi studi economici mostrano che i giovani e le donne sono i primi ad essere solitamente dimenticati/ licenziati, perché più spesso lavorano in posizioni informali o forme non standardizzate economiche, nonché in rami labili. Nel 2013 il tasso di disoccupazione giovanile ( 15 – 24 anni ) è del 24,4%; nel 2019 scende al 14,9% per risalire nell’aprile 2020, causa il virulento Covid-19, al 15,8%. È un sensibile aumento di cifre, ma con un notevole prosieguo di effetti. Le donne eminentemente si sobbarcano la cura della famiglia e del nido familiare, insieme alle nidiate.

In tutto ciò i ragazzi continuano a uscire, finché è loro concesso e anche dopo, eludendo i sempre più frequenti pattugliamenti degli organi di sorveglianza, della polizia, dei carabinieri.
Pochi esempi ritengo possano trovar modo e senso di essere illustrati in questa sede, in cui non posso offrire che un quadro scalcinato di una ben più radicalmente complessa rappresentazione che non ho il privilegio o la competenza di poter offrire. Inizialmente ci si ritrova all’aperto, visto il carattere evanescente dell’agente infettivo, poi ci s’ingegna: c’è chi usufruisce di case di proprietà per la quarantena, chi affitta un appartamento, chi si riunisce al proprio domicilio; queste realtà affiancano alcune più precarie che consistono nel bivaccare fino al coprifuoco. Lo stesso alle 18 ostruisce i flussi di aperitivi, quello delle 22 impedisce i festini. Le concessioni alle festività vengono limitate al minimo indispensabile, anche se con un’ombra di rigorismo formale. La risposta? Gli aperitivi si improvvisano in strada, le persone si organizzano per pernottare.

La fantomatica e famigerata DAD ( didattica a distanza ) crea disagi ai giovani e a una formazione scolastica ben impartita e fa emergere notevoli menomazioni a una transizione digitale che non è così impiantata come credevamo. David Lazzari, presidente dell’Ordine degli psicologi, sentenzia: “ La didattica online è meglio di niente, ma è un palliativo: il guaio è che è stata portata avanti troppo a lungo “. Non ci inoltreremo nell’impervia e capziosa trattazione delle vittime di una integrazione in tale transizione mai avvenuta, coloro a cui hanno fatto difetto le modalità di accesso alla DAD.

Altre e tante diverse piccole modifiche vanno a consolidare un comprensibile trasformismo normativo, che vede la consolidazione di pochi assunti che si trascinano ad oggi.
Il distanziamento sociale è una necessità inderogabile, così come l’uso intelligente dei mezzi di contenimento della pandemia a nostra disposizione. Le mascherine servono per proteggere noi e gli altri e non da intendersi come un passe-partout per le occasioni di ritrovo umano, da deporre una volta raggiunto lo scopo. L’importanza di mantenere gli ambienti di cui ci serviamo per entrare in contratto con gli altri, sanificati, è essenziale per scongiurare la possibilità di restrizioni che ci mettano nell’impossibilità di non svolgere tutto l’ampio spettro di attività che regolano la vita dell’uomo e costituisce uno sforzo vicendevole da non ignorare o sottovalutare.


“ Tra strette e deroghe c’è la nostra vita “ scrive tal Tina su Facebook, ed assurge a portavoce del sentimento collettivo.
È possibile profondersi in lodi per ciò che è stato o piccarsi dal risentimento per mancanze che avrebbero potuto essere riempite, a detta di chi si voglia. A mio avviso, in entrambi i casi una lezione, se ci si ferma a coglierla, è acquisita. La conoscenza è potere, ma soprattutto sicurezza. Sicurezza dalle propagande, dai gioghi intellettuali, dalla violenza ingiustificata. Periodicamente l’umanità è messa a dura prova da calamità di sorta e non c’è dubbio che questa sia la nostra. L’ignoranza genera scherno, noncuranza, astio. Altrettanto vero, non è un truismo.
Sulla base di un impegno assiduo e solidale a prendere nuovi vezzi, si può cementare la base di una routine foggiata sulle necessità presenti, sul modello del passato e nel rispetto del futuro. Delle tre istanze psichiche, Freud ci descrive l’Io come un alambicco, a metà tra le pulsioni e il giudice della morigeratezza, potremmo dire. L’Io media tra ciò che vorremmo e ciò che dovremmo, verso una versione di noi stessi che sia il compendio delle due.

Oggi l’Io Pandemico ci spinge a fare lo stesso.

Geanina Alexia Ghiga,
Roma, 10/03/2021.

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