Memento Mori



All’ubiquo memento mori di una pandemia che pare istradata – se non creata – da quel sistema neoliberista che ha nelle big tech il capitale propulsore, e in Big Pharma l’apparato sacramentale, corrisponde, almeno negli intenti di una narrazione ansiogena e priva di remore deontologiche, una tendenza alla cancellazione, alla liquidazione di oggetti identitari, sentiti come pericolosi poiché aventi radice nell’umanesimo, dunque inorganici alla nuova svolta autoritaria, che ormai non vede solo chi è miope. Perchè nell’inversione semantica dell’intero scibile sociale, in questo momento storico, ogni possibile vagito di dissenso, inteso come tentativo di rivendicare diritti minimi garantiti costituzionalmente, vien fatto passare, grottescamente, come reazione.

Se da un lato ci dicono che un virus, non ancora isolato, con lo 0,02 % di mortalità oltre i 70 anni, sta per ucciderci tutti, tramite una guerra allo psichismo collettivo condotta dall’unanime coro mediatico, quell’afflato mortifero che i padroni del discorso hanno deciso non doverci più mollare, dall’altro vi è la chiara determinazione nel disancorare la società da un naturale portato storico, tradizionale, civile, quei modi concreti del vivere che hanno nel mero dato biologico solo la struttura profonda, non certo il fine ultimo.

Dalla liquidazione semantica di ogni identità di genere alla tortura europeista con relativa logica del debito tout court, sancita come unica via soteriologica, il dictat sovraordinato è quello dell’omologazione verso il basso, l’inedia generalizzata, la povertà come paradiso dei ricchi, all’opera la costituzione di una nuova identità classista. Se la pars destruens è la disarticolazione identitaria, allora la pars construens è l’assemblaggio di un corpo sociale il cui unico scopo è la coazione a ripetere di modi della produzione alienante.
Sperequazione folle, in breve, tra super ricchi e super poveri (diffusori, tra l’altro, di malattie potenzialmente sovversive, come appunto la ormai storicizzata coscienza di classe). Della tendenza alla cancellazione della capacità di indignazione parteciperanno, così come si vorrebbe, l’indottrinamento di una scuola alienata, bambini già azzimati come burocrati in nuce, l’espunzione del tratto virile (per meglio manipolare l’animale castrato), la mortificazione di una cultura già vituperata, affiancata ora da un politicamente corretto, che ne costituisce una orribile superfetazione. E tutto ciò, tra giovani trattati come polli da allevamento e il blandire tutto dem dell’elemento femminile, nell’inganno di promesse emancipative (ma solo se funzionali al sistema dominante, fintanto cioè che la donna ricalchi il modello maschile, solo al rovescio)…

Il memento mori contemporaneo è dunque davvero curioso, addirittura invertito nelle sue determinazioni più profonde. Se il motto trappista, il “ricordati che devi morire”, faceva leva sulla necessità di distaccarsi da una vita materiale, di per sé fugace, per rivolgersi dentro e in “alto”, al regno dello spirito, questo nuovo monito neoliberista punta invece, fuori e in basso, sul versante materialista, non più edonista (come fu negli anni passati), semmai tutto rivolto al mero dato di sopravvivenza (nuda vita, cit. Agamben) svuotato ormai di ogni necessario vitalismo, avvertito come francamente superfluo.

Ricordati che devi morire, sì, ma meglio se a casa e davanti Netflix.

Gioele Valenti,
Palermo, 26 Marzo 2021.
 

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